C’era una volta: 1967, quando il Brenta era un ‘vulcano’

C’era una volta: 1967, quando il Brenta era un ‘vulcano’
venerdì 10 gennaio 2020


Si costruirà la funivia del Brenta?

Per questa impresa da parecchi mesi arde nel Trentino una polemica accanita. “Il Brenta è un vulcano” era un titolo a cinque colonne dell’Alto Adige. […]

L’interesse che muove tutti quanti, nella diatriba, è soprattutto l’amore per la propria terra, inteso, è ovvio, in modi differenti.

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La storia in un certo senso è cominciata una quindicina d’anni fa quando il giovanissimo Scipio Merler trasmigrò in Canada in cerca di fortuna chiedendo a suo padre soltanto cinquecento dollari per comperare una macchinetta iniettatrice di cemento. Nel giro di dodici anni quei cinquecento dollari diventarono tre miliardi di lire.

Ritornato a Trento per una vacanza due anni fa, il Merler, sempre affezionatissimo alla sua terra, incontrò l’amico Graffer a cui disse che gli sarebbe piaciuto fare qualcosa di utile e di intelligente per il Trentino.

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Vuoi un’opera che faccia vivere il tuo nome, da noi, per almeno tre-quattro generazioni?” rispose subito Graffer. “Te la dico subito io. Costruisci una funivia che da Molveno porti nel cuore del gruppo del Brenta, al rifugio Tosa. Valorizzi turisticamente uno dei più stupendi massicci dolomitici; e dai un nuovo soffio di vita a Molveno che, da quando il suo celebre lago viene sfruttato e sconciato dallo sfruttamento idroelettrico, ha visto ridursi la sua stagione estiva da cinque mesi a cinquanta giorni.” […]

Apriti cielo. Appena diffusa la notizia, ci fu una insurrezione: di Italia Nostra, sempre sulla breccia là dove i valori naturali, artistici e della tradizione corrono pericolo; degli alpinisti della SAT che vedevano minacciato da una invasione di massa e da uno sfruttamento industriale il loro santuario; quindi del museo trentino di storia naturale, del partito repubblicano, del partito socialista, di varie associazioni culturali e di singoli cittadini.

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Lettere aperte, ordini del giorno, dibattiti pubblici, rivelazioni, attacchi e contrattacchi sui giornali, colpi di scena in un senso e nell’altro; finché nella primavera scorsa – la prima teleferica di servizio era già stata impiantata – il professore Nicolò Rasmo, sovrintendente alle Belle Arti, intervenne ponendo il veto. I lavori furono interrotti e il Merler, alquanto scoraggiato, se ne ritornò in Canada, dove è rimasto finora.

Si è avuta allora, il 6 aprile, la “marcia su Trento” della quasi totalità della popolazione di Molveno, compresi vecchi e bambini. Erano in cinquecento, venuti a bordo di autobus. E hanno sfilato compostamente per la città issando cartelli che ad esempio dicevano: “Non ci avete mai dato niente, dateci almeno la funivia”, “No alla funivia uguale fame”, “Oggi si chiede domani si spara”, “Fate che i nostri padri ritornino dall’estero”. (Il giorno prima l’esecutivo provinciale della DC si era schierato dalla parte di Molveno.) […]

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Ora, per quello che può intendere uno fuori della mischia come me, andato sul posto a vedere, e ad ascoltare le varie campane, le cose si presentano in questi termini.

Non si può parare di deturpazione del paesaggio, specialmente se l’arrivo della funivia, a 2500 metri, alla Bocca di Brenta, verrà fatto in caverna.

Ma è innegabile che la funivia, scaricando lassù trecento persone all’ora, contaminerà l’incanto e la solitudine dell’ambiente.

Sciisticamente, la funivia ha limitato interesse. Dalla stazione intermedia (località Massodi, m. 2200) in giù, come riconosce lealmente lo stesso Graffer, una buona pista non è concepibile per la conformazione del terreno. […]

Un aspetto preoccupante è la futura presenza lassù di centinaia, migliaia di turisti digiuni di roccia, i quali si avventureranno per i molti sentieri alpinistici tagliati sui fianchi di quelle crode, sentieri meravigliosi, attrezzati con corde e scale metalliche, però esposti e vertiginosi.

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Ma il più grave pericolo, come dice il dottor Monaumi di Italia Nostra, non sta nella funivia in sé. Il guaio è che la funivia potrà diventare il sasso che muove la valanga: valanga di altre funivie, seggiovie, sciovie, ristoranti, alberghetti, posti di ristoro, eccetera, così da impestare per sempre quelle stupende montagne.

Una conclusione? Forse buon profeta, col suo realistico e sorridente scetticismo, è il dottor Marco Franceschini, alpinista accademico, che ha al suo attivo parecchie memorabili imprese anche sul Brenta. Egli dice: “Inutile fare i donchisciotti. Bisogna difendere delle posizioni sostenibili. E certi sviluppi non si possono evitare. Poi adesso sono in vista le elezioni e tutti sappiamo bene come vanno queste cose. Mettiamoci l’animo in pace; piaccia o non piaccia, la funivia si farà. Battiamoci piuttosto con tutte le nostre forze perché la montagna non vada completamente a remengo”.

Corriere della Sera, 8 agosto 1967

Brano tratto da I fuorilegge della montagna. Uomini, cime, imprese. Volume secondo: scalata, discese e gare olimpiche. Dino Buzzati. A cura di Lorenzo Viganò, 2012.

Ringraziamo le Biblioteche delle Paganella per il materiale fotografico.


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